Storie

Il mito dell'India

Mito e Cronaca Semiseria di un Viaggio in India

Di Eva & Roberto

Eva:

Quando un mito lontano, forse, finalmente, si avvera….

Dico “India”, e risuona in me un’eco densa di sensazioni. L’India. Il molto lontano. Il lontanissimo. L’Asia. Il mondo esotico sognato da bambina, i marajà e le loro spose coperte di veli impalpabili, di tessuti preziosi, di ori e di gemme splendenti.

India. Un mondo esotico sognato anche dopo, da ragazza, vivendo gli strascichi della rivoluzione giovanile, contro lo yuppismo sfrenato degli anni Ottanta, aspirando a stati esistenziali diversi, a ritmi armoniosi, lenti… alla spiritualità orientale… alle Upanisad! Ah, le Upanisad, quei meravigliosi trattati filosofici indiani, in prosa e in versi, che ammoniscono l'aspirante al compimento dei sacrifici e degli obblighi religiosi, ma soprattutto alla Conoscenza, il solo mezzo per la Liberazione dalle rinascite! Desideravo anch’io avere uno spirito di perfetta rinuncia, di pura contemplazione, che poteva condurmi alla gioia senza oggetto, alla Consapevolezza del mio Sé imperituro, oltre ogni guadagno terreno e ultraterreno, oltre il mondo degli uomini, dei Mani e degli Dei, abbandonando mano a mano le sovrapposizioni della mente, le sue false identificazioni. Io, finalmente asceta, che con purezza mentale e con rinunzia trovavo finalmente la Liberazione, trascendendo la stessa morte, nel mondo di Brahman!

India. Ancora oggi, ormai donna, imbottigliata nel traffico di viale Marconi, mentre Valerio racconta nel minimo dettaglio, con la meticolosità ossessionante dei bambini, l’ultima scena di SuperMario, io la sogno ancora, l’India: lo Yoga!!! Voglio anch’io, subito, la totale aggregazione di corpo e mente, l'equilibrio dell'armonia fisica e mentale, in funzione di quella spirituale, quell’unione che riguarda l'uomo e Dio! Lo stato in cui la mente individuale è in armonia, in comunione con la mente cosmica. Quello stato in cui la mente non è più la belva indomabile e tiranneggiante che mi spinge, ma una compagna docile, governabile, sostegno prezioso, generatore di un pensiero cristallino che predispone verso un autentico, consapevole, maturo abbandono. Chi siamo in realtà? Siamo un nome e un cognome? Siamo il genere che caratterizza il nostro corpo? Siamo il corpo o la mente? Ecco, con lo Yoga, il saggio indiano dei miei sogni mi sostiene beatamente, ammonendomi di usare i due preziosi strumenti a mia disposizione: la Conoscenza realizzata e il distacco. Attraverso lo Yoga mi dice: <<E’ possibile analizzare soltanto ciò verso cui abbiamo sviluppato distacco emotivo. Siamo condizionati e pilotati da tutto quello con cui ci identifichiamo!>>. E, consolandomi ancora, dalle vette della mia mitica India, conclude felice: <<Stai calma! Il successo ti arriderà attraverso un distacco emotivo, e si svilupperà in virtù dello sviluppo di piaceri superiori!!!>>. Ah, la mia mitica India!

Roberto:

“Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”

L’aereo atterra intorno alla mezzanotte, ora locale, presso i Voli Internazionali dell’aereoporto di Mumbai, India. Dall’aereo si accede direttamente in aeroporto, ed è l’unica concessione alla modernità, mentre in realtà la passerella mobile è una macchina del tempo che mi riporta indietro di una cinquantina di anni. Cammino in un corridoio surreale, con ventilatori del dopoguerra appesi ovunque, ogni tanto si incrocia qualche personaggio in divisa, volto arcigno, con in spalla un moschetto, più raramente dei sinistri personaggi in abiti civili (nel senso che non sono in divisa, gli abiti non hanno nulla a che vedere con la civiltà) con il mitra in mano. L’insieme non dà la sensazione di una grande sicurezza e questo mi agita, ma a ben guardare, i residuati bellici che sfoggiano con disinvoltura sembrano usciti dal museo della guerra e non sono certo in grado di sparare… Ci rechiamo al controllo passaporti: “naintìn” mi dice l’omino e capisco che devo andare al box 19 per farmi controllare il passaporto; “gudivning”, ma l’indianino paffuto si getta sul passaporto, controlla, timbra e restituisce il documento senza nemmeno guardarmi. Conoscendo il mio viso non posso nemmeno dargli torto! Ritiriamo i bagagli e ci avviamo verso l’uscita, l’emozione è forte. Le porte si spalancano e vengo accolto dal mitico “odore dell’India”, un mix perfettamente bilanciato di cipolla, sudore e kerosene, che mi accompagnerà per tutto il soggiorno. Alzo lo sguardo, e dietro le transenne un’orda barbarica si accalca, agitando cartelli d’ogni ordine e fatta. Troviamo quelli con i nostri nomi, e ci affidiamo ai nostri angeli custodi. Dopo venti minuti di ricerche in un parcheggio sterminato senza alcun riferimento, ritroviamo la macchina. L’uscita dal parcheggio è la dimostrazione che la Fisica è una scienza inesatta, l’autista riesce a passare in spazi più stretti della macchina. Finalmente arriviamo alla strada e mi rendo conto che il parcheggio era il minore dei mali. Difficile per noi Italiani capire la guida a sinistra, ma quella a trecentosessanta gradi è impossibile! L’autista passa dappertutto, tutti suonano a tutti. Chiedo se la squadra locale ha vinto qualche importante trofeo, ma vengo guardato come un marziano: questa è la normalità. Mi ritrovo in una macchina con l’aria condizionata regolata a “camera mortuaria”, dentro un formicaio impazzito. Finalmente arriviamo al “Grand Hyatt”. Al cancello controllano il bagagliaio, e con specchi e torce controllano anche sotto la macchina. Finalmente arriviamo davanti all’ingresso, ed un nugolo di indiani in divisa (alcuni in stile Matrix, altri con casacca corta, altri con camiciona lunga in perfetto stile indiano: ogni divisa, precise mansioni) ci accoglie. Chi ti apre lo sportello, chi prende i bagagli, non ti è concesso di portarti da solo nemmeno il computer. Due metal detector con relative guardie accentuano la sensazione di “assetto da guerra”. Ovviamente, due camerieri aprono la porta, e anche all’interno il quantitativo di persone in divisa è incredibile. Finalmente si va a dormire.

La sveglia suona, doccia, colazione e alle nove siamo pronti: fra pochi minuti passerà a prenderci il nostro referente indiano per recarci presso una delle aziende di cui dobbiamo visionare i prodotti.

Alle dieci, squilla il cellulare, è il nostro referente che ci avvisa che fra un quarto d’ora sarà da noi. Cominciamo bene!

Dopo i saluti rituali usciamo dall’albergo. Vedendo la macchina del nostro uomo, istintivamente mi faccio il segno della croce, ma è solo l’inizio. Il nostro Caronte sale davanti e inizia un rituale con delle statuette e dei santini incollati sul cruscotto. Lo ripeterà ogni volta che salirà e scenderà dalla vettura e, viste le condizioni del mezzo, è impossibile dargli torto. Usciamo dall’albergo e ci immettiamo sulla strada principale; l’autista (sì, anche il nostro “uomo all’Havana” ha l’autista) non si preoccupa minimamente delle precedenze e dei mezzi che arrivano, lui va. Capisco sempre di più il rituale del Caronte. La qualità e quantità di mezzi in strada rende Napoli un tranquillo paesino della Svizzera. Camion pitturati nei modi più assurdi anche se, per l’età che hanno, dovrebbero essere in bianco e nero. Taxi gialli e neri (Fiat 1100), moto taxi (Ape), autobus e macchine antidiluviane. Il traffico sembra il gioco del 15 (lo ricordate?), si muove una casella per volta e non c’è uno spazio vuoto, quando se ne crea qualcuno, viene prontamente riempito da pedoni.

Siamo fermi. Mi volto, e noto un’impalcatura sbilenca intorno ad un palazzo, metto a fuoco, sono filagne in legno legate, senza alcun asse come passerella, e ci sono operai abbarbicati che lavorano.

Arriviamo davanti ad un palazzo fatiscente e la nostra vettura si ferma. Un uomo con una divisa più fatiscente del palazzo ci apre il cancello; veniamo accompagnati al primo piano, attraversiamo un ufficio con ventilatori a pale, una serie di scrivanie e un numero di impiegati (data la temperatura “impiagati” sarebbe più consono) molto superiore al numero delle scrivanie. Ci fanno entrare nell’ufficio del boss, la versione indiana di Fred Buscaglione, per fortuna c’è l’aria condizionata. Guardo il condizionatore, e noto l’ennesimo paradosso indiano: il condizionatore è antecedente l’invenzione del compressore, quindi non può esistere. Dopo i convenevoli ci rechiamo nel reparto produzione, manca solo Fred Flinstone, il resto è la perfetta riproduzione del cartone “Gli Antenati”. Si torna nell’ufficio del capo per mangiare qualcosa, ci portano dei tramezzini e delle salsine con un numero di ottani superiore a qualsiasi benzina in commercio. Per fortuna la Coca Cola è fredda e placa l’incendio nel palato. A fine pasto, Fred Buscaglione mette una mano sotto la scrivania e appare un indianino che inizia una serie di interminabili viaggi per portare via i resti del pasto e alla fine, su precisa indicazione del boss, pulisce la scrivania. Si parla di lavoro interrotti solo dagli squilli del cellulare del boss, che ad intervalli regolari estrae dal taschino uno stuzzicadenti e provvede all’igiene orale. Finito l’incontro, il Caronte ci porta a cena in un tempio indiano. Come al bowling, all’ingresso c’è il deposito delle scarpe, ma in cambio ti danno solo un foglietto con un numero. Si va dentro scalzi, poco male, le mie calze, contrariamente al solito, non hanno buchi. Fermo! Per entrare devi prima lavarti le mani! Ci mettiamo in coda a una fontanella che sparge acqua dappertutto. Rimbocco quindi i pantaloni e seguo il corteo. Dentro, separano uomini e donne, vado avanti, mi viene fornita un’ampollina con stoppino acceso, e mentre avanzo un simpatico indiano in posizione rialzata tira acqua (benedetta?) sui fedeli. Vengo preso un paio di volte, come sono fortunato! Arrivo davanti all’effige del Dio, e agito in modo circolare la mia ampollina, imitando il resto dei fedeli, ma purtroppo nella manovra abbatto a gomitate un paio di indianini, lo spazio è molto ristretto. Proseguo nel giro e ci portiamo nell’atrio, devo fare attenzione a non calpestare alcuni fedeli stesi in terra a pregare. Oppure sono gli indianini che ho abbattuto io? Finalmente usciamo, andiamo a ritirare le scarpe che stento a rimettere, per tutto quello che ho attaccato sotto le calze. La cena è a buffet. Cerco di mettere nel mio vassoio solo alimenti definiti “no speisi” o “suit” dal Cicerone, ma a metà cena ho già la lingua come un formichiere, chiediamo altra acqua, ci rendiamo conto che le etichette delle bottiglie sono molto rovinate, ma se devi spegnere un incendio non è che stai a sottilizzare se l’acqua è Perrier o Ferrarelle, mandi giù e basta! Ci rendiamo conto che è acqua di rubinetto vestita a festa. Si risale in macchina e si torna in albergo, nonostante l’ora il formicaio è sempre impazzito, i lemmings corrono dappertutto senza alcuna meta apparente. Noto gente che si mette a dormire dove gli capita, marciapiedi con case di fortuna fatte con teli di plastica, e il peso sullo stomaco non promette nulla di buono…

La mattina dopo ci rechiamo presso un’altra azienda, gli spostamenti sono interminabili, stento a credere che le strade che stiamo percorrendo possano portare a qualcosa, fra buche, dossi artificiali che in Italia sarebbero definiti “colline” e lo stile di guida “arrembante”. Arriviamo davanti all’azienda, rimango esterrefatto, in mezzo al nulla si staglia il monolite di “2001 Odissea nello spazio”, una costruzione moderna a vetri e acciaio. L’uomo in divisa rattoppata ci apre il cancello, lo seguiamo verso l’ingresso, che è sul lato, e si scopre l’arcano: la facciata è costruita su un vecchio palazzo e non si capisce quale dei due regga l’altro! Sembra di essere a Cinecittà! Ci fanno accomodare in una moderna sala riunioni, arriva il boss, convenevoli e si va in produzione. Il peggio non è mai morto, se l’azienda visitata ieri sembrava la cava dei Flinstones, qui siamo al caos primordiale. Passiamo al reparto spedizioni, noto alcuni scatoloni pronti per accogliere la merce, mi sembrano piuttosto malandati, butto un occhio dentro e noto che sono scatole usate abilmente girate.

Altri ricordi presi qua e là sono l’abitudine degli indiani di lasciare testimonianza sul selciato del loro masticar foglie o altri materiali rossicci. A proposito delle foglie, vengono vendute da simpatici indiani forniti di secchio dove le tengono a mollo in acqua e prima della consegna all’avventore le spalmano di un paio di salsine utilizzando l’indice destro, quello che abitualmente usano per l’introspezione (fisica, non spirituale!). Dopo la foglia viene arrotolata e consegnata al cliente per l’immediato consumo o avvolta in foglio di giornale per la versione da asporto.

Per concludere, ho visto una povertà impressionante, sopportabile solo vedendola da “ricco”; è difficile per noi europei capire l’ineluttabilità di questa povertà e dell’appartenenza ad una casta. Ho scoperto che il ns. autista parlava inglese ed era anche simpatico solo al sabato quando il ns. Cicerone ce lo ha “prestato” per qualche giro turistico. In presenza del nostro referente non ha mai parlato e non ha mai mangiato con noi.
 

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