![]() |
| Kostume |
|
Il paese delle rane di Roberto Romiti Un
giorno, stanche delle continue angherie del re Grande Rospo III, gran
parte delle rane dell’acquitrino Italia decise di scappare verso il
fiume. Finalmente acque limpide in cui saltare libere dal fango e, chissà,
magari nel giro di poche generazioni il grande sogno: mutarsi in più
dignitosi pesci, nuotare seguendo le correnti e saltare ogni tanto qua e
la’, nell’acqua, per ricordare le proprie origini. Ben presto, pero’,
le rane si resero conto che nelle acque limpide del fiume le loro zampe
palmate non erano sufficienti per spiccare i salti necessari a prendere
aria, e cosi’ parecchie di loro annegarono. Che ai bordi del fiume non
c’erano nascondigli, gli insetti si tenevano alla larga, e percio’
parecchie morirono di fame. Decisero dunque di migrare verso il prato
piu’ vicino, così avrebbero vissuto in un ambiente migliore, sempre
ordinato e pulito, e più confacente del fiume alle loro caratteristiche. Il
prato si presentava effettivamente pulito e ordinato, un piacere per gli
occhi, si potevano spiccare salti altissimi, meglio che nell’acquitrino,
niente fango addosso, e c’era anche un buon numero di insetti. Questa si
che era vita! Ben
presto pero’ il sole cocente, nella totale assenza di anfratti per
nascondersi e acqua per rinfrescarsi, ne decimò un gran numero, e il
resto lo fecero i grandi predatori che, trovandosi nel loro elemento
naturale, non avevano difficoltà a fare razzia di quei grassocci e lenti
anfibi. Rassegnate
e sconfitte, le rane rimaste tornarono nello stagno. Regnava il re Grande
Rospo IV (adesso si saliva al trono per successione, non più per
elezione), nulla era particolarmente cambiato, tutte le rane vivevano come
sempre seminascoste fra la vegetazione (fra le varie specie di vegetali
prevaleva la “Sindacazia”) e abituate a muoversi e a mangiare nel
fango (loro habitat naturale, chiamato “burocràzia”) anzi, grazie ad
esso c’era cibo per tutti, era insomma la giusta base per spiccare
enormi salti e catturare in volo i moscerini. Certo, c’erano ancora
grosse disparità sociali; le grasse rane erano divise in corporazioni (bancazie,
confindustriazie e via dicendo), avevano un canale preferenziale con il re
Grande Rospo IV, la lotta fra rane minori era sempre più accanita, ci si
scannava per un moscerino, ma almeno, se si era disposti a prevaricare i
propri pari, si riusciva a sopravvivere. Sempre meglio che il fiume,
pero’, o il prato, che avrebbero potuto affrontare solo dopo una
mutazione fisica. Certo, avrebbero potuto battersi per pulire
l’acquitrino e farlo diventare fiume, o farlo prosciugare e diventare un
rigoglioso prato, ma chi guidava l’opposizione “Piddizia”, Piccolo
Rospo I, non era riuscito a tenersi intorno che pochi fedelissimi, il
resto era migrato alla corte del re (cosa puoi aspettarti da animali
abituati a vivere nel fango?), ma soprattutto non aveva nei suoi progetti
la trasformazione dell’acquitrino, e allora per quale motivo seguirlo?
Le rane superstiti si sparsero tra la popolazione, non ebbero più
contatti fra loro, e ancora oggi non si riesce a capire se la fuga delle
rane sia effettivamente avvenuta o sia solo una leggenda che raccontano le
vecchie rane dell’acquitrino per calmare le giovani rane ribelli.
Roberto
|
|
Se vuoi commentare questo articolo vai
al
Blog
de L'altraCITT@'
|