Dossier

"AVE CAESER"

di Fabio Centi

Il 15 Marzo  ricorre l’anniversario dell’assassinio di Gaio Giulio Cesare, che, proprio durante le idi di marzo del 44 A.C., fu assassinato all’interno della Curia pompeiana da una congiura ordita nei suoi confronti da 22 congiurati, fra cui molte persone che a lui dovevano tutto. Tra questi erano Caio Trebonio e Decimo Bruto, ad esempio,  che avevano fatto con lui tutta la campagna Gallica come ufficiali valorosi e fedelissimi al loro Generale e ne avevano condiviso gli onori e il bottino;  Caio Cassio e Marco Giunio Bruto, che furono invece graziati da Cesare per essersi schierati con Pompeo durante la guerra civile e premiati entrambi con incarichi di enorme prestigio.

Questi, spinti soprattutto dall’invidia nei confronti del dittatore,  prepararono un piano ben congegnato del quale, però, non avevano soppesato un elemento fondamentale: l’enorme ondata emozionale che travolse Roma dopo l’omicidio soprattutto tra i ceti meno abbienti di cui Cesare godeva il favore

Infatti, dopo il crimine, i congiurati,  presi dal terrore e abbandonato il corpo esanime di Cesare, fuggirono barricandosi all’interno del Tempio di Giove, dove rimasero per giorni per poi fuggire da Roma.

Nessun congiurato sopravvisse a Cesare per più di tre anni e nessuno morì di morte naturale; alcuni si diedero la morte persino con la stessa arma con cui avevano ucciso il dittatore.

Ricostruiamo il delitto!

Mentre Caio Trebonio rimase al di fuori della Curia Pompeiana, trattenendo Marco Antonio in una conversazione creata allo scopo, Cesare, che era solito arrivare in Curia con molto anticipo, portandosi dietro il lavoro svolto a casa anche durante la notte (narrano gli storici che passando di notte davanti alla Domus Publica, residenza del Pontefice Massimo e quindi dimora di Cesare, si vedeva un lumino acceso nello studio fino a notte inoltrata) anche quel giorno arrivò per primo. In quel mentre erano ancora pochi i senatori presenti e  sciamavano all’esterno della Curia parlando fra loro e passeggiando nei meravigliosi giardini che la circondavano.

Egli si sistemò subito sul seggio curule che gli spettava ed iniziò a scrivere sulle tavolette di cera con lo stilo, in quel momento entrarono tutti i congiurati, tranne Caio Trebonio.  Essi si avvicinarono a Cesare, che era privo della scorta dei Littori a cui aveva rinunciato, e,brandendo la sica (una specie di lungo coltello, da cui il nome sicari) sotto le toghe, lo colpirono a tradimento. I primi colpi gli furono sferrati alle spalle e sembra che egli si fosse difeso brandendo lo stilo e che avesse ferito uno dei congiurati.

Cesare non morì subito (questo lo dicono gli storici in quanto il sangue sgorgato dalle ferite era copioso ed imbrattò tutta la scalinata del seggio, sottostante l’enorme statua di Pompeo Magno), ma sembra che i congiurati lo abbiano ferito appositamente e che alcuni, invidiosi della sua bellezza alto, biondo  e con occhi azzurri - si siano accaniti con la sica proprio sul viso, sfregiandolo.

Il colpo mortale lo sferrò Decimo Bruto, il quale gli rifilò anche un altro fendente per conto di Caio Trebonio, che era fuori della Curia con Marco Antonio, l’ultimo colpo lo sferrò ad un corpo ormai privo di vita Marco Giunio Bruto, il coniglio, il quale sembra che si accanì sui genitali del dittatore, tanto amati da sua madre Servilia che ne era stata l’amante per anni.

Vi fu un fuggi fuggi generale: tutti i senatori si barricarono in casa, lo stesso Marco Antonio fuggì terrorizzato alla vista del dittatore esanime, la notizia dell’assassinio di Cesare  si sparse a macchia d’olio.

I congiurati, pervasi dal terrore, si barricarono nel Tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio dove rimasero per giorni, nonostante gli sforzi di Cicerone di farli uscire per parlare al popolo dalla Tribuna dei Rostri e convocare il senato per ripristinare l’ordine in città.

Solo nel tardo pomeriggio il corpo di Cesare fu rimosso grazie al cugino Lucio Cesare e trasportato presso la sua residenza. Narrano gli storici che dalla lettiga chiusa, dove era deposto il corpo del dittatore, un braccio penzolava di fuori con gocce di sangue rappreso.

Marco Antonio approfittò del vuoto istituzionale per assumere il potere, dichiarandosi diretto erede di Cesare, ma Lepido, presente in Roma con le legioni, lo ostacolò, fino al ritorno di Ottaviano da Apollonia dove egli si trovava con il grosso dell’esercito in attesa di Cesare per l’imminente campagna contro i Parti.

Il funerale di Giulio Cesare è descritto come il più imponente mai visto a Roma; Marco Antonio lesse l’elogio funebre del dittatore e il suo testamento nel foro davanti al popolo riunito: fu volontà di Cesare donare un lascito ad ogni cittadino di Roma.

Il suo corpo fu cremato sopra un’ara all’interno del foro. Le tradizioni popolari e le sue antiche radici a volte stupiscono per come si tramandano. Ogni anno il 15 Marzo sull’ara di Cesare nel foro così come ai piedi della sua statua in via dei Fori Imperiali, appaiono d’incanto mazzi di fiori lasciati da cittadini di Roma anonimi, così come anche il giorno della sua nascita nel mese di luglio.

                                                                                                                                       Fabio

            

 

Se vuoi commentare questo articolo

 

vai al Blog de L'altraCITT@'
 

 

 

Torna all'Home page