Dossier

"Penelope lascia la guerra"

A Oriana Fallaci da una sua lettrice

di Anna Proietti

Sembrava fosse sparita. I grattacieli di New York nascondono più delle macerie di Beirut, più della foresta del Vietnam, più dei laboratori di Cape Canaveral.

Eppure c’era. Un articolo. Un intervista. Ancora un articolo. Una fugace apparizione.

Non erano più i tempi dei grandi romanzi, delle interviste irripetibili, dei reportage di frontiera.

L’ho amata molto, ho amato e amo i suoi libri. La mia adolescenza, le prime lotte per il “femminismo”, il confronto sul difficile tema dell’aborto, l’impatto con la STORIA hanno trovato in lei un punto di riferimento, a volte vago e offuscato a volte ben delineato. La sua capacità di scrivere – netta, serrata, limpida, feroce, tenera – mi ha fatto da guida nel corso della formazione scolastica, mi ha mostrato che c’era un modo diverso di scrivere. Da donna. Da giornalista.

Le sue parole si sono concretizzate in emozioni fortissime.

Ho sospirato leggendo l’amore smisurato per Panagulis. Ho pianto per la sua morte. Sono inorridita per le torture. Sono rabbrividita per le stragi di Beirut. Ho sussultato per il bambino mai nato.  Ho navigato nello spazio con gli astronauti americani. Mi sono scandalizzata in mezzo al bambù.

Le sue parole si sono trasformate nella Storia.

I grandi della storia hanno accettato le sue interviste. Alcuni non ci sono più: Golda Meir, Indira Gandhi, Giorgio Amendola. Altri le sono sopravvissuti: Andreotti, l’eterno! Le interviste sono nell’eternità.

L’intervista fa la storia. Non è più la storia raccontata, letta o ascoltata, è la storia di oggi, quella che Oriana Fallaci diceva che “si scrive nell’attimo stesso del suo divenire. La si può diffondere, interpretare, discutere a caldo. Io amo il giornalismo per questo. Io temo il giornalismo per questo. Quale altro mestiere ti permette di scrivere la storia nell’attimo stesso del suo divenire? Il giornalismo è un privilegio straordinario.”

Diritti e doveri qui si intrecciano. Si scrive la storia nel corso del suo divenire, assumendosi il proprio carico di responsabilità.

Sembrava sparita, quando ecco all’improvviso lo sproloquio pubblicato dal Corriere della Sera, in seguito all’attentato dell’11 Settembre. Una voce fuori dal coro, nera come la linea intorno ai suoi occhi, occhi da antica dea greca. Ha inveito, denunciato, urlato in modo rabbioso il suo sdegno per l’attacco al cuore dell’Occidente (lascio ad altri tutte le possibili ipotesi sulle reali responsabilità dell’attentato … ); ha difeso strenuamente la cultura occidentale; ha dichiarato il suo amore smodato per le pietre bianche, verdi e rosa del Battistero di Firenze, per le linee perfette del Rinascimento italiano, per quanto di grande l’Occidente ha dato alla Storia. Ha manifestato il suo orgoglio per tutto ciò: criticabile ?

Da molti lo è stata. Si sono levati scudi in difesa della tolleranza e del rispetto; le sue parole sono state crocifisse. Il libro “La rabbia e l’orgoglio” personalmente l’ho apprezzato … da subito; oggi, non dopo l’11 Settembre, la cui “veridicità” è stata persino messa in dubbio, ma dopo Madrid, dopo Londra, dopo i fantocci bianchi dati alle fiamme, lo apprezzo ancora di più..

Una scrittrice contro l’America del Vietnam, contro i colonnelli della Grecia, contro la guerra in Libano, contro … quando essere contro ha un prezzo. Il prezzo di essere ricordata solo per gli ultimi segni tracciati sui fogli, dimenticando quaranta anni di parole.

Così Penelope, questa volta, è uscita dalla guerra…

 

 

 

Anna Proietti           

 

            

 

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