Kultura


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"Il sangue dei vinti"

 di Giampaolo Pansa

letto e consigliato, da Roberto Romiti

Il libro in bella evidenza sopra le altre riviste, mi chiama, la vecchia foto in bianco e nero in copertina ricorda le vecchie foto di famiglia, quei volti antichi in cui è facile trovare somiglianze con chiunque. Il titolo color arancio risalta. Sono incuriosito, anche se il libro è allegato ad una rivista che non leggo.

Sono tentato di mollare lì il libro. L’autore è Giampaolo Pansa di cui ho letto qualche articolo sull’Espresso. Ora ricordo, ho sentito qualcosa su questo libro che ha diviso abbastanza chi lo ha letto e soprattutto, come al solito in Italia, chi non lo ha letto. Decido di comprarlo perché sia l’autore, sia il tempo trascorso dagli eventi, dovrebbero garantirmi un libro scritto in modo equilibrato.
 
Decido immediatamente di scrivere una recensione per L’altracittà e decido che la scriverò nel corso della lettura, forse la invierò sul sito in piccole parti, per non annoiare e affinché chi legge possa percepire le diverse impressioni che il libro suscita, evitando di commentarlo nella sua interezza che equivarrebbe a darne un giudizio positivo o negativo come ne ho sentiti molti a riguardo.
 
Il libro ricostruisce il periodo storico seguente al 25 Aprile del 1945 e di quella parte di storia finora tenuta nascosta e che ha seguito la vittoria di una parte politica che, a detta di molti, ha infierito sulla parte sconfitta con crudeltà pari, se non superiore, a quella usata dai fascisti usciti sconfitti. Delle persecuzioni fasciste durante il regime conosciamo quasi tutto e, almeno per quanto mi riguarda, il 25 Aprile è considerato una sorta di confine fra il regime e la democrazia, invece per parecchi mesi una zona grigia, una nebbia fitta, regnò sull’Italia, chissà che questo libro non riesca a diradarla.
 
Devo dire che il libro si presenta, al di là della storia inventata della bibliotecaria che aiuta lo scrittore assolutamente ininfluente, come un elenco minuzioso di singoli episodi ricostruiti su resoconti dell’epoca. Proprio questa frammentarietà e le divergenze fra le diverse fonti, dà l’impressione di fatti scollegati fra loro, di una gran confusione regnante in tutto il paese, diversi gruppi di partigiani che in alcuni casi si sono affrontati nel dubbio della reale appartenenza alla parte politica vincente. Prigionieri politici portati da un tribunale all’altro, condannati liberati, prigionieri assolti sommariamente giustiziati, come se non ci fosse stata alcuna regia dietro il movimento partigiano o se questa regia fosse stata territorialmente limitata.
 
Voler fare di questo libro un uso di parte mi sembra molto difficile, anzi quello che viene fuori dalle prime pagine è proprio questa mancanza di coordinamento nella persecuzione della parte avversa che invece caratterizzò il fascismo.
Chi esce realmente sconfitto da queste prime pagine è sicuramente buona parte del popolo italiano che, subito salito sul carro del vincitore, si scopre antifascista e come tutti i convertiti dell’ultima ora, diventa persecutore, va ad ingrossare le file dei partigiani per perseguire la vendetta. E la maggior parte delle uccisioni sembrano frutto di vendetta. I linciaggi, gli omicidi, gli imputati spariti durante i trasferimenti in carcere, tutto frutto di una propensione alla violenza tipica della fine di ogni regime dove tanto più è stato coercitivo e persecutorio il regime, tanto più violenta e aberrante sarà la reazione di chi lo ha subito.
 
Diversa e vergognosa è invece la posizione di chi ha fatto parte, spalleggiato o fiancheggiato quel regime e alla sua caduta ne diventa il più acerrimo e spietato persecutore. Spero di avervi incuriosito al punto di leggerlo questo strano libro dove alcune ricostruzioni sembrano più leggenda che realtà, ma da cui certamente si evince che, e questo lo tenga ben a mente chi sta lavorando per dividere l’Italia e gli italiani, la violenza genera solo violenza.
 

Mi è giunto in redazione un commento di Carlo Traina che ho pensato di pubblicare sul sito in quanto analizza alcuni aspetti del libro di Pansa, con un "respiro", degno di questa vetrina.
Spero non me ne vogliate per questo gesto "d'indipendenza", che confido possa preludere ad un interessante blog, che inseriremo con le vostre indicazioni. Il web_impaster.
 

Opinione su

"Il sangue dei vinti"

di Carlo Traina

La premessa necessaria è che non ho letto (volutamente) il libro. Ho deciso di non leggerlo quando ho intuito – ed infatti anche Roberto nella sua recensione usa questo termine – che è uno “strano” libro, in quanto utilizza la funzione narrativa del romanzo lasciando però trasparire velleità storiografiche.

Ma a parte questo, il tema delle interpretazioni da dare a quel periodo grigio della nostra storia mi interessa molto, per cui provo a formulare le mie opinioni chiedendo preventivamente scusa agli altri cittadini de L’altracitt@ se utilizzo il libro di Pansa solo come spunto per un dibattito che potrebbe riguardare sia quei fatti, sia il modo in cui ultimamente vengono sempre più spesso rappresentati (ed usati?).

Mi sembra di capire ad esempio che l’autore isoli nel tempo le vicende senza sottolineare la consequenzialità delle stesse con i periodi precedente e successivo (la c.d. Pacificazione). Quella di isolare e romanzare alcune vicende della storia è una modalità di rappresentazione, usata di recente anche in sceneggiati televisivi, che finisce per trasmettere al lettore/spettatore concetti elementari e netti, senza l’arricchimento di un’analisi che scavi sui perché e sulla reale vastità dei fenomeni narrati.

Uno di questi concetti, ad esempio, è che i Vincitori hanno infierito sulla parte sconfitta con crudeltà pari, se non superiore, a quella usata dai fascisti usciti sconfitti. Violenze, tra l’altro, che si fanno passare per impunite prima e tenute nascoste dopo. Il problema è che non si possono descrivere gli orrori di quegli anni (che indubbiamente ci sono stati) senza rispettare la consequenzialità delle vicende con i 20 e più anni di nazifascismo pieni di soprusi, torture, omicidi, subiti dai singoli, dai civili.

Un’atmosfera di vero terrore raccolta in migliaia di testimonianze e descritta da documenti ufficiali, film e decine di libri. Così come non è corretto parlare di silenzi e di impunità per quei fatti. Le vicende di quegli anni sono state ampiamente studiate, analizzate e riportate dagli “storici ufficiali”. L’impunità (che comunque non ha riguardato tutti) va invece ricondotta alla volontà generale dei vincitori di chiudere con TUTTA la storia passata e portare il Paese alla Pacificazione, volontà culminata nel 1946 con l’Amnistia Togliatti che fece uscire dalle carceri più di 30 mila fascisti, tra cui 2.979 accusati di "sevizie particolarmente efferate".

Insomma: Pansa a parte, sento odore di revisionismo, di qualunquismo, di slogan semplicistici. Non possiamo meravigliarci se poi – alla domanda su quale partito abbia maggiormente governato l’Italia nel dopoguerra – sentiamo rispondere senza esitazione da un giovane partecipante ad un quiz televisivo: i comunisti!

 

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