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Il libro in bella evidenza
sopra le altre riviste, mi chiama, la vecchia foto in bianco e nero
in copertina ricorda le vecchie foto di famiglia, quei volti antichi
in cui è facile trovare somiglianze con chiunque. Il titolo color
arancio risalta. Sono incuriosito, anche se il libro è allegato ad
una rivista che non leggo.
Sono
tentato di mollare lì il libro. L’autore è Giampaolo Pansa di cui ho
letto qualche articolo sull’Espresso. Ora ricordo, ho sentito
qualcosa su questo libro che ha diviso abbastanza chi lo ha letto e
soprattutto, come al solito in Italia, chi non lo ha letto. Decido
di comprarlo perché sia l’autore, sia il tempo trascorso dagli
eventi, dovrebbero garantirmi un libro scritto in modo equilibrato.
Decido immediatamente di
scrivere una recensione per L’altracittà e decido che la scriverò
nel corso della lettura, forse la invierò sul sito in piccole parti,
per non annoiare e affinché chi legge possa percepire le diverse
impressioni che il libro suscita, evitando di commentarlo nella sua
interezza che equivarrebbe a darne un giudizio positivo o negativo
come ne ho sentiti molti a riguardo.
Il libro ricostruisce il
periodo storico seguente al 25 Aprile del 1945 e di quella parte di
storia finora tenuta nascosta e che ha seguito la vittoria di una
parte politica che, a detta di molti, ha infierito sulla parte
sconfitta con crudeltà pari, se non superiore, a quella usata dai
fascisti usciti sconfitti. Delle persecuzioni fasciste durante il
regime conosciamo quasi tutto e, almeno per quanto mi riguarda, il
25 Aprile è considerato una sorta di confine fra il regime e la
democrazia, invece per parecchi mesi una zona grigia, una nebbia
fitta, regnò sull’Italia, chissà che questo libro non riesca a
diradarla.
Devo dire che il libro si
presenta, al di là della storia inventata della bibliotecaria che
aiuta lo scrittore assolutamente ininfluente, come un elenco
minuzioso di singoli episodi ricostruiti su resoconti dell’epoca.
Proprio questa frammentarietà e le divergenze fra le diverse fonti,
dà l’impressione di fatti scollegati fra loro, di una gran
confusione regnante in tutto il paese, diversi gruppi di partigiani
che in alcuni casi si sono affrontati nel dubbio della reale
appartenenza alla parte politica vincente. Prigionieri politici
portati da un tribunale all’altro, condannati liberati, prigionieri
assolti sommariamente giustiziati, come se non ci fosse stata alcuna
regia dietro il movimento partigiano o se questa regia fosse stata
territorialmente limitata.
Voler fare di questo libro un
uso di parte mi sembra molto difficile, anzi quello che viene fuori
dalle prime pagine è proprio questa mancanza di coordinamento nella
persecuzione della parte avversa che invece
caratterizzò
il fascismo. Chi esce realmente sconfitto da queste prime pagine è sicuramente buona parte del popolo italiano che, subito salito sul carro del vincitore, si scopre antifascista e come tutti i convertiti dell’ultima ora, diventa persecutore, va ad ingrossare le file dei partigiani per perseguire la vendetta. E la maggior parte delle uccisioni sembrano frutto di vendetta. I linciaggi, gli omicidi, gli imputati spariti durante i trasferimenti in carcere, tutto frutto di una propensione alla violenza tipica della fine di ogni regime dove tanto più è stato coercitivo e persecutorio il regime, tanto più violenta e aberrante sarà la reazione di chi lo ha subito.
Diversa e vergognosa è invece
la posizione di chi ha fatto parte, spalleggiato o fiancheggiato
quel regime e alla sua caduta ne diventa il più acerrimo e spietato
persecutore. Spero di avervi incuriosito al punto di leggerlo questo
strano libro dove alcune ricostruzioni sembrano più leggenda che
realtà, ma da cui certamente si evince che, e questo lo tenga ben a
mente chi sta lavorando per dividere l’Italia e gli italiani, la
violenza genera solo violenza.
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Mi è giunto in redazione
un commento di Carlo Traina che ho pensato di pubblicare sul sito in
quanto analizza alcuni aspetti del libro di Pansa, con un "respiro",
degno di questa vetrina. Opinione su
"Il
sangue dei vinti" La premessa necessaria è che non ho letto (volutamente) il libro. Ho deciso di non leggerlo quando ho intuito – ed infatti anche Roberto nella sua recensione usa questo termine – che è uno “strano” libro, in quanto utilizza la funzione narrativa del romanzo lasciando però trasparire velleità storiografiche. Ma a parte questo, il tema delle interpretazioni da dare a quel periodo grigio della nostra storia mi interessa molto, per cui provo a formulare le mie opinioni chiedendo preventivamente scusa agli altri cittadini de L’altracitt@ se utilizzo il libro di Pansa solo come spunto per un dibattito che potrebbe riguardare sia quei fatti, sia il modo in cui ultimamente vengono sempre più spesso rappresentati (ed usati?). Mi sembra di capire ad esempio che l’autore isoli nel tempo le vicende senza sottolineare la consequenzialità delle stesse con i periodi precedente e successivo (la c.d. Pacificazione). Quella di isolare e romanzare alcune vicende della storia è una modalità di rappresentazione, usata di recente anche in sceneggiati televisivi, che finisce per trasmettere al lettore/spettatore concetti elementari e netti, senza l’arricchimento di un’analisi che scavi sui perché e sulla reale vastità dei fenomeni narrati. Uno di questi concetti, ad esempio, è che i Vincitori hanno infierito sulla parte sconfitta con crudeltà pari, se non superiore, a quella usata dai fascisti usciti sconfitti. Violenze, tra l’altro, che si fanno passare per impunite prima e tenute nascoste dopo. Il problema è che non si possono descrivere gli orrori di quegli anni (che indubbiamente ci sono stati) senza rispettare la consequenzialità delle vicende con i 20 e più anni di nazifascismo pieni di soprusi, torture, omicidi, subiti dai singoli, dai civili.
Insomma: Pansa a parte, sento odore di revisionismo, di qualunquismo, di slogan semplicistici. Non possiamo meravigliarci se poi – alla domanda su quale partito abbia maggiormente governato l’Italia nel dopoguerra – sentiamo rispondere senza esitazione da un giovane partecipante ad un quiz televisivo: i comunisti!
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