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| Amarcord |
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E’ un titolo curioso
che certamente ha contribuito al successo dei libri di Gino e Michele e
Matteo Molinari. La battuta che usano inaspettatamente in apertura e in
chiusura dei loro due libri è: “la legge è uguale per tutti”
E giù tutti a scompisciarsi dalle risate. Nel breve tempo in cui leggiamo queste parole avvertiamo una gamma di sentimenti che va dal gustoso senso del ridicolo alla consapevolezza del dramma che si nasconde dietro questa frase. Va chiarito che la legge di cui stiamo parlando non è solo quella dei tribunali penali, con i quali la stragrande maggioranza degli italiani non ha e non avrà mai a che fare. La legge vista da vicino è l’insieme di norme, divieti, regolamentazioni che danno indicazioni su quali siano i i diritti e i doveri dei cittadini; la legge, cioè, è la misura della nostra libertà. Potrebbe essere questa ragione che spinge molte persone che soffrono il giogo della legge a cercare di espandere la propria libertà trasgredendo le regole e non rispettando le leggi. La grande fantasia di costoro ne inventa di nuove basate sulla prepotenza, sul sopruso, cercando uno stato di legge della forza che la gente comune ormai identifica molto bene come arroganza del potere.
Ho cercato per anni di schierarmi con le leggi vere, quelle dello stato di diritto, cominciando dalle piccole norme quotidiane come guidare la macchina correttamente, rispettare le persone che ti precedono nella fila e non fumare nei luoghi dove è vietato. Col passare del tempo un senso di tristezza e sfiducia si è lentamente insinuato nella mia coscienza, trovandomi sempre più solo a combattere questa battaglia. Il numero dei furbi cresce a vista d’occhio e io precipito lentamente verso il baratro della illegalità diffusa. Mi ritrovo tutte le mattine insieme a molti altri a sorpassare sulla corsia di emergenza del Raccordo Anulare sempre bloccato; invento trucchi infiniti per battere il mostro della burocrazia in barba alle file ma, me ne vergogno, non si può fare altrimenti senza essere schiacciati dalla libertà altrui, grande a volte come un elefante. Ma nella ragnatela della contrizione interiore e della poca stima di se stessi si fa spazio una nuova, nuovissima, fiammante idea: non c’è legge senza controllo. Pur riconoscendomi profondamente liberale, invoco coloro preposti a far rispettare la legge: le forze dell’ordine, il fisco, gli organi della giustizia. Costoro osservano indifferenti i diritti calpestati dai cittadini che presto o tardi, come me, si faranno furbi schiacciati al loro interno da altri furbi più grandi di loro. E finirà, al solito, che ci troveremo tutti insieme a mugugnare contro una legge mal fatta. E no cari, la colpa non è della legge, ma dell’uso che se ne fa. I nostri cari politici, i grandi furbi per eccellenza, sanno benissimo che è bene non controllare come funziona un ospedale per poi poter costruire cliniche private. Sanno benissimo che non si può colpire l’evasione fiscale, in barba a tutte le manovre economiche, altrimenti verrebbe a mancare quel grande mare di fondi neri con i quali si sono nutriti. E la loro libertà si è allargata fino a coprire del tutto la nostra. Ma a coloro che, fortunosamente, sono fuori dalla galera vorrei dire che la festa sta per finire e che volenti o no, anche loro dovranno ingoiare una legge. Perché le formiche sono sempre più incazzate. |
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La Redazione |